Da libro di Gaetano Foggetti
"Quelli del Seràgnoli", di cui pubblichiamo la recensione qui di seguito,
abbiamo estratto le tappe principali che hanno scandito nel corso degli anni la crescita
dell'ematologia bolognese e dell'Istituto Seràgnoli:
1972 Prende il via il Servizio di Ematologia degli Ospedali di Bologna
accolto nell'Istituto di Semeiotica medica.
1974
Il Consiglio di Facoltà di medicina e Chirurgia dell'Università di Bologna bandisce il
concorso per la cattedra di Ematologia che sarà poi ricoperta dal Prof. Sante Tura.
Il Servizio si traferisce nei locali lasciati da "Nefrologia e Dialisi".
1978
Il nome della famiglia Sràgnoli si lega per la prima volta all'Istituto di Ematologia.
1979
Cominciano i lavori di adeguamento dell'edificio assegnato con sede autonoma al Servizio
di Ematologia.
1980
Con il passaggio dalla vecchia alla nuova sede, Ematologia cessa di essere un Servizio per
diventare un Istituto. Il direttore è il Prof. Sante Tura.
1981
L'istituto di Ematologia viene intitolato a Lorenzo e Ariosto Seràgnoli.
1987
Inaugurazione dei nuovi reparti del "Seràgnoli".
Grazie al contributo determinante delle famiglie Seràgnoli, l'edificio di Ematologia è
stato elevato a due piani.
1998
Con la terza elargizione delle famiglie Seràgnoli viene costruita una nuova ala. Cambia
la denominazione dell'Istituto, che diventa "Istituto di Ematologia e Oncologia
Medica Lorenzo e Ariosto Seràgnoli". La nuova ala accoglie il Day Hospital,
ambulatori, strutture didattiche e aula magna multimediali da 200 posti.

UNA STORIA CHE PARTE DA
LONTANO
Un lavoro prezioso, un racconto
appassionante:il giornalista Gaetano Foggetti ha raccolto in un libro - "Quelli del
Seràgnoli" - , Leonardo Editore - tutta la storia dell'Ematologia bolognese
attraverso i ricordi di chi ne è stato protagonista.
Un viaggio attraverso testimonianze e immagini, alla scoperta delle radici dell'Ematologia
bolognese che - come scrive l'autore nell'introduzione - comincia "per forza di
cose" col ricostruire i primi passi del suo fondatore, il Prof. Sante Tura.
L'incontro fra il Prof Tura e l'Ematologia, una disciplina allora ancora tutta da
inventare, è "un amore" che risale a un viaggio negli Stati Uniti e che il
diretto interessato indica come il frutto in parte del caso, in parte
dell'illuminazione" del suo maestro, il Prof Domenico Campanacci, nome storico della
medicina bolognese.
Un viaggio che fra impegno, rigore scientifico, difficoltà e successi, arriva fino alla
tappa più recente: con la costruzione di un 'altra ala destinata al 'Day Hospital",
ambulatori e strutture didattiche, l'Istituto "Seràgnoli" raddoppia.
E' il racconto di una lunga battaglia scientifica e umana in nome dei malati, stimolata
dalle loro storie di dolore e sofferenza. Riviverla ha avuto "un effetto
terapeutico" per l'autore, che sei anni fa ha affidato tutte le sue speranze al
"Seràgnoli". Leggere i cinque capitoli del libro ("La storia",
"La vecchia guardia", "La storia continua", "Le
istituzioni", "L'Ail e il Seràgnoli") aiuta a capire perché tanti, in
questi anni, al momento di ammalarsi hanno trovato, come Foggetti, "un letto pronto,
dottori in prima linea e tanta umanità".
Per richiedere copie del libro,
rivolgersi alla segreteria dell'AIL (051397483).

UN EMPIO DI COLLABORAZIONE
FRA MEDICI UNIVERSITARI E OSPEDALIERI
Dalla prefazione del Rettore dell'Università di Bologna Fabio Roversi Monaco al libro
"Quelli del Seràgnoli"
La rilevanza scientifica dell'Istituto
di Ematologia Seràgnoli del Policlinico S. Orsola di Bologna è tale da rendere
senz'altro apprezzabile una ricostruzione delle vicende storiche che ne mettano in luce le
caratteristiche organizzative, culturali, di impegno nella ricerca e nella assi-stenza, di
collegamento con la società civile e di coinvolgimento di persone generose ed illuminate:
quei tratti, cioè, che ne fanno veramente un unicum per la storia del Policlinico e
dell'Ateneo almeno di questi ultimi 50 anni.
Le testimonianze sono numerose ed hanno il pregio della genuinità: da esse emerge sia la
grande capacità, il vigore, l'impegno del Prof Sante Tura, sia la lungimiranza di chi fu
il suo maestro, il Prof. Domenico Campanacci, che seppe anzi vedere nuove prospettive
della medi-cina ad esse indirizzando le energie dei suoi allievi migliori.
Dal 1974, data in cui il servizio di ematologia lasciò l'edificio cosiddetto delle Nuove
Patologie, ad oggi, il cammino, tuttora positivo, è stato continuo e pienamente
soddisfacente tanto per l'Ospedale quanto per l'Università.
È questo uno dei pochi casi in cui assistenza, insegnamento e ricerca - i tre aspetti
fondamentali dell'impegno del docente e del ricercatore universitario - si sono svolti in
modo armonico, nella collaborazione fra medici universitari e medici ospedalieri, che è
condizione fondamentale dello sviluppo del nostro Policlinico, come degli altri
Policlinici italiani.
Vorrei ricordare, infine, il modo e lo spirito con cui la Famiglia Seràgnoli ha inteso
aiutare l'Università, contribuendo in maniera decisiva allo sviluppo degli studi in un
settore di tale importanza.
Lo spirito è quello, molto raro, di aiutare con continuità, senza riserve, senza
condizionamento, una istituzione di ricerca che per svolgere appieno le proprie funzioni
ha bisogno di tempo, di tranquillità e di mezzi.
Questo è avvenuto nell'Istituto di Ematologia Seràgnoli. Al di là del riserbo della
famiglia, l'Università non può non dare atto di tanta lungimirante generosità.

IL NUOVO ISTITUTO
L'8 ottobre la giornata dell'inagurazione
La costruzione della nuova ala
dell'Istituto di Ematologia ed Oncologia Medica "Seràgnoli", che sarà
ufficialmente inaugurata 1'8 ottobre prossimo, è nata da una duplice esigenza, sia di
ordine assistenziale che didattico.
L'esigenza primaria sul piano assistenziale è stata quella di fornire ai pazienti che
giornalmente afferiscono al nostro Istituto un moderno Day Hospital, ove effettuare le
terapie che essi richiedono, oltre che nuovi e funzionali ambulatori per le visite mediche
alle quali debbono essere sottoposti. Dalla data della costruzione dell'originario
edificio, la recettività ambula-toriale dell'Istituto di Ematologia è cresciuta
progressivamente ed attualmente viene stimato che circa 80-100 pazienti si rechino
giornalmente ai nostri ambulatori per effettuare visite mediche e/o esami specialistici.
I locali situati nel seminterrato dell'Istituto erano oramai chiaramente insufficienti da
un punto di vista strutturale, oltre che ambientale, per fare fronte a questa nuova
situazione e per soddisfare le motivate richieste dei nostri pazienti. Per questo motivo,
l'intero piano terreno dell'edificio appena ultimato è stato destinato ad ospitare un
ampio e funzionale Day Hospital, dotato di 8 letti per effettuare - senza necessità di
ricovero continuativo - terapie mediche particolarmente complesse e di lunga durata, oltre
che 9 ambulatori per le visite specialistiche. In questi spazi confortevoli i pazienti
affetti da patologie ematologiche ed oncologiche potranno essere ospitati per ricevere
tutte le prestazioni specialistiche delle quali hanno necessità.
La seconda esigenza che ha portato alla costruzione del nuovo edificio è stata, invece,
di ordine didattico ed è anch'essa scaturita dalla crescita scientifica che l'Istituto ha
compiuto nell'arco degli ultimi anni. L'intensificazione degli scambi culturali a livello
nazionale ed internazionale, con frequenti conferenze tenute da Colleghi ospiti
dell'Istituto, la coordinazione di protocolli terapeutici nazionali, con incontri di
lavoro tra tutti i Ricercatori impegnati nel medesimo settore, la frequente presenza di
Colleghi stranieri ospiti dell'Istituto per effettuare "stages" formativi e di
perfezionamento, oltre che l'attività didattica quotidianamente svolta tanto nell'ambito
del Corso di Laurea che delle Scuole di Specializzazione della Facoltà Medica,
richiedevano nuovi spazi ove queste iniziative potessero trovare un'adeguata collocazione
ed il supporto tecnologico ad esse necessario. Per fare fronte a queste esigenze il primo
piano del nuovo Istituto è stato destinato ad ospitare una grande aula didattica
multimediale, capace di ospitare circa 200 persone, un'ampia e funzionale biblioteca per
la consultazione di volumi scientifici e, infine,una sala-studio per i Medici in corso di
formazione specialistica ematologica.
Dal quotidiano utilizzo di questa nuova struttura, i Medici e Biologi che operano presso
L'Istituto di Ematologia ed Oncologia Medica trarranno utile vantaggio per un ulteriore
crescita a livello scientifico e per ottemperare al meglio ai propri irrinunciabili doveri
assistenziali e didattici.
Prof. Michele Cavo

ANCHE L'ASSISTENZA
DOMICILIARE RADDOPPIA
A distanza ormai di più di un anno
dalla sua nascita, l'attività di Assistenza domiciliare Ematologica continua a segnare un
costante e progressivo incremento, come del resto era ampiamente prevedibie. Se si
confrontano i dati relativi ai primi mesi di attività (aprile 1997) con quelli
dell'ultimo periodo, si ha una chiara visione del fenomeno: si è andati da una media di
20 visite mensili ad un'attività più che triplicata in questi ultimi mesi (dagli 80 ai
100 interventi domiciliari mensili di cui usufruiscono circa un atrentina di pazienti.
Il prossimo obiettivo, giustificato sia dall'aumento delle richieste di intervento, sia
dalla volontà di coprire anche le notti e i fine settimana, è quello di aumentare
l'organico, con l'inserimento di un secondo medico specialista che affiancherà la D.ssa
Monica Benni, presumibilmente a partire dalla fine di quest'anno. In questa prospettiva,
il Lions Club di Castenaso-Villanova Gozzadini, ha donato, il 25 giugno scorso, in
occasione della Settimana Europea contro le Leucemie ed i Linfomi, una Fiat Panda
destinata a tale servizio.
Viste le caratteristiche e le finalità di questo servizio, che si rivolge a pazienti
spesso in condizioni cliniche precarie, con necessità a volte di terapie a domicilio
molto impegnative, questo obiettivo diventa essenziale al fine di permettere al maggior
numero possibile di pazienti di potersi curare a casa propria, circondati dall'affetto e
dalle cure dei propri familiari.
Dr. Carlo Finelli


UN NUOVO SERVIZIO:
IL BANCO INFORMAZIONI E ACCOGLIENZA
Si chiamano Maria Angela, Meris,
Raffaella,Teresa, Giancarlo, Paolo e Valerio.
Sono i volontari che, a partire da ottobre, saranno a disposizione di tutti coloro che lo
desiderano, per rispondere a richieste di informazioni di vario genere, da quelle di
carattere logistico a quelle di tipo burocratico nonché inerenti l'attività ed i servizi
offerti dall'Associazione ai pazienti ed ai loro familiari.
Per tale servizio è stata prevista una postazione fissa nel nuovo atrio dell'Istituto
dove i volontari saranno a disposizione degli utenti tutti i giorni, dal lunedì al
venerdì, dalle ore 7.30 alle ore 12.00. I volontari saranno chiaramente identificabili
poiché indosseranno una divisa costituita da una giacca blu col Logo dell'Associazione ed
una gonna o pantaloni grigi.
Per averci donato le divise ringraziamo di tutto cuore il Dott. Giovanni Martinelli e la
linea Moda Giulia Galanti oltre al nostro socio Mauro Franceschelli.
Il servizio non ha alcuna funzione sostitutiva delle mansioni svolte dal personale
dell'Istituto ma intende fornire un supporto informativo in più oltre ad un aiuto pratico
e morale a coloro che ne hanno bisogno.
I volontari del servizio di accoglienza sono persone con una grande disponibilità e
carica umana, che spesso hanno vissuto, direttamente o indirettamente, un'esperienza di
malattia e che si sono messi a disposizione di quanti si trovino ora nella stessa
situazione.
Dr. Achille Contedini


MULTITERAPIA DI BELLA: UN
"CASO ITALIANO"
Intervista al Prof. Tura
Dalla fine di marzo è in corso
all'Istituto di Ematologia e Oncologia medica "Seràgnoli" di Bologna la
sperimentazione del Protocollo n. 1 della Multiterapia di Bella, che si svolge
contemporaneamente anche a Roma e Torino, secondo le indicazioni del Ministero della
Sanità. Responsabile della sperimentazione condotta all'Istituto Seràgnoli è il Prof.
Sante Tura, affiancato dal Dott. Filippo Gherlinzoni.
Sui 26 posti disponibili per il protocollo n. 1 (linfoma non Hodgkin ad alto grado e
leucemia linfatica cronica), sono stati selezionati 23 pazienti con i requisiti richiesti.
Pazienti, cioè, con un'età superiore ai 18 anni e una malattia resistente ad almeno due
linee di chemioterapia , che non hanno mai fatto uso in precedenza della Mdb. Per mancanza
di richieste, non è mai partito invece il protocollo n. 1 riservato ai malati con linfoma
non Hodgkin ad alto grado o leucemia linfatica cronica "all'esordio", non ancora
sottoposti ad alcun tipo di terapia.
I risultati conclusivi saranno comunicati ufficialmente fra settembre e ottobre, ma,al di
là dell'esito della sperimentazione, abbiamo intervistato il Prof. Tura per chiarire i
criteri che guidano la ricerca in tutto il mondo tentando di riportare il "caso Di
Bella" entro i limiti di un rigoroso dibattito scientifico, fuori da ogni pregiudizio
e dai toni da "guerra di religione" che troppo spesso l'hanno caratterizzato.
Per mesi il "caso Di Bella" ha infatti catalizzato l'atten-zione dei media e
dell'opinione pubblica accompagnato da una forte onda emotiva che ha contribuito ad
aumentare l'incertezza e la confusione fra i malati.

Da quando è scoppiato il caso Di
Bella, la medicina ufficiale è stata messa sotto accusa. Crede che qualche
responsabilità ci sia da parte degli oncologi?
"Penso che sarebbe ora di smetterla di demonizzare la medicina ufficiale. In fin
dei conti in questi ultimi anni ha permesso di allungare e migliorare la qualità della
vita. Ciò premesso, è bene chiarire che la medicina ufficiale si basa su un rigoroso
iter di ricerca, seguito dalla presentazione dei dati, dalla discussione collegiale e
dalla verifica dei risultati. Tutto questo avviene in simposi e congressi, ma soprattutto
attraverso la pubblicazione sulle riviste internazionali. Quelle di maggior prestigio
bocciano circa il 60% dei lavori che ricevono dopo averli sottoposti al vaglio dei
revisori, cioè degli esperti. È dunque un tribunale severo quello a cui i ricercatori si
sottopongono. In 30 anni non ho mai visto un lavoro del Prof. Di Bella pubblicato sulle
riviste di oncologia ematologica. Se in questi anni ha guarito centinaia di pazienti
avrebbe dovuto renderlo noto presentando dati, statistiche, specificando per quale tipo di
tumore la sua terapia è efficace, e così via".
Il Prof. Di Bella sostiene che in
realtà per avere accesso alle riviste è necessario avere appoggi accademici che a lui
sono sempre stati negati. Funziona così?
"Per rispondere le racconto la storia di un cinese di nome Wang che era
completamente sconosciuto. Una decina di anni fa scoprì che un derivato della vitamina A
-l'acido transretinoico, un farmaco già allora usato ma non nella terapia dei tumori
-guariva la leucemia acuta promielociti. Fu una grande intuizione, aiutata forse anche dal
fatto che in Cina, poveri com'erano, ai malati davano i farmaci che avevano a
disposizione. Ci volle più di un anno, ma poi "Blood", una rivista di grande
prestigio, pubblicò il suo primo lavoro, poi chiese nuove sperimentazioni e verifiche.
Dopodichè, passati tre mesi, tutto il mondo ha usato l'acido transretinoico: ecco
l'esempio di uno sconosciuto che ha modificato la storia della leucemia acuta promelociti
e adesso è noto in tutto il mondo".
Il Prof. Di Bella sostiene che la
sua terapia non coincide con gli interessi economici delle case farmaceutiche. Non crede
che ci possa essere qualcosa di vero?
"Se le case farmaceutiche che producono la somatostatina avessero minimamente
pensato o anche solo intuito di avere in mano la sconfitta del cancro cosa avrebbero
fatto? Lascio a voi la risposta".
Adesso però la sperimentazione è
partita.
"Di fronte alle aspettative di tanti malati e delle loro famiglie è stato
doveroso avviare la sperimentazione. Noi ci siamo fatti carico di questo impegno privi di
qualsiasi pregiudizio e per fare chiarezza nell'esclusivo interesse dei malati. Lo
facciamo con impegno e con rigore e quindi chiediamo di essere creduti quando esporremo i
risultati raggiunti".

SPERIMENTAZIONE: PER SAPERNE
DI PIU'
Oggi più che mai si parla di
sperimentazione clinica in campo oncologico. Ma che cosa significa? Per saperne di più
abbia. mo intervistaro il dr. Mauro Fiacchini, responsabile della pianificazione della
ricerca clinica dell'Istituto "Seràgnoli".
Che cosa è la sperimentazione
clinica in campo oncologico?
Sperimentazione clinica controllata o clinical trial è uno studio pianificato
condotto su pazienti ammalati di cancro, con lo scopo di rispondere a precise domande
riguardanti l'efficacia di nuovi trattamenti e/o di nuove modalità di impiego di
trattamenti già sperimentati.
Qual è il fine ultimo della
sperimentazione clinica controllata?
I risultati della sperimentazione clinica controllata accrescono la conoscenza medica
e guidano la decisione medica all'impiego del trattamento capace di ottenere il beneficio
del paziente, valutato in termini di più lunga sopravvivenza e/o di migliore qualità di
vita e/o di minore incidenza o entità di effetti collaterali e/o di minore incidenza di
ricaduta di malattia.
Qual è l'importanza della
sperimentazione clinica controllata?
I progressi della scienza e della medicina in particolare sono il risultato di nuove
idee e di nuovi approcci terapeutici la cui efficienza deve essere comprovata attraverso
la sperimentazione. I nuovi trattamenti terapeutici (trattamenti sperimentali) debbono
provare di essere sicuri ed efficaci, più sicuri ed efficaci dei trattamenti attuali per
poter essere scelti come terapia standard, ovvero come terapia di prima scelta nei
confronti di una specifica condizione patologica. I principi della sperimentazione
scientifica, cui il clinical trial risponde, assicurano la ragionevole certezza dei
risultati ottenuti e, quando questi siano positivi, autorizzano l'estensione del
trattamento sperimentale a tutti i pazienti portatori della medesima patologia.
Esistono vari tipi di
sperimentazione clinica?
Sì, esistono numerosi tipi di clinical trial. La risposta della sperimentazione
clinica può riguardare la prevenzione, la diàgnosi, il controllo, la cura di una
neoplasia, come pure lo studio dell'impatto psicologico della diagnosi sul paziente e
sulla famiglia, la prevenzione degli effetti collaterali della terapia, il miglioramento
della qualità di vita durante la malattia o durante la terapia, il controllo del dolore
neoplastico.
Esistono varie fasi della
sperimentazione clinica?
Si, lo studio dell'efficacia terapeutica di un nuovo trattamento passa attraverso
varie fasi sperimentali, ciascuna delle quali deve rispondere a specifici interrogativi e
a ciascuna delle quali possono essere assegnati pazienti in specifiche condizioni
cliniche. Si riconoscono almeno quattro fasi attraverso le quali viene confermata e
monitorata l'efficacia di un nuovo trattamento, ma le prime tre sono quelle considerate
effettivamente sperimentali.
Studi di fase I: rispondono alla domanda "Di questo nuovo trattamento, che so essere
tossico per la cellula neoplastica, qual è la dose e la via di somministrazione capace di
ottenere i migliori risultati nell'uomo?" -Questi studi, volti alla ricerca
sperimentale del dosaggio efficace, comportano notevoli rischi di tossicità per i
pazienti che vi si sottopongono, per cui l'etica di comportamento richiede che solo
pazienti per i quali non esiste altro trattamento utile conosciuto possano essere
arruolati e solo previo consenso infornato.
Studi di fase II: rispondono alla domanda " A questo nuovo trattamento, che so essere
tossico per la cellula neoplastica e del quale conosco la dose e la via di
somministrazione più efficace e del quale conosco il margine terapeutico (limite tra
efficacia terapeutica sulla neoplasia e tossicità per l'organismo colpito da neoplasia),
quali tipi di neoplasia mostrano una risposta misurabile?" - Questi studi possiedono
una tossicità accettabile e sono volti a gruppi di 100 - 200 pazienti per ogni tipo di
neoplasia con lo scopo di documentare quali tipi di neoplasia sono più responsivi alla
sostanza in sperimentazione. Quando il trattamento sperimentale ottenga una risposta
misurabile per almeno un mese e in almeno il 20% dei soggetti sottoposti a trattamento,
allora si ha ragionevole certezza della sua efficacia su quella specifica neoplasia.
Studi di fase III: rispondono alla domanda "L'uso di questo nuovo trattamento, che so
essere tossico per la cellula neoplastica, del quale conosco le dose e la via di
somministrazione più efficace, il margine terapeutico e l'attività nei confronti di
questa specifica neoplasia, produce migliori risultati rispetto al trattamento
standard?"
Questi studi si basano sul confronto di gruppi di pazienti, gli uni sottoposti al
trattamento standard e gli altri al trattamento sperimentale. L'attribuzione all'unoo
all'altro trattamento deve essere casuale e la dimensione dello studio deve essere elevata
per fare si che le caratteristiche biologiche dei pazienti si distribuiscano in maniera
casuale tra i trattamenti. I pazienti usual-mente eligibili per gli studi di fase III sono
quelli che, con definite caratteristiche di malattia, non sono stati precedentemente
trattati.
Studi di fase IV: rappresentano, in effetti, la fase osservazionale ovvero il monitoraggio a
lungo termine dei trattamenti sperimentali che, una volta superate le precedenti fasi di
studio, entrano nella pratica terapeutica e vengono estesi a larga fascia di pazienti.
Sono utili alla conferma dell'efficacia, della percentuale e della durata di risposta
oltre che alla definizione, su larga scala, dell'incidenza e severità degli effetti
indesiderati a breve e lungo termine.
In quale fase si colloca la
sperimentazione della "Multiterapia Di Bella" (MDB)?
Lo studio per la valutazione della MDB è uno studio di fase II non randomizzato.
Essendo già noto il margine terapeutico delle varie sostanze impiegate nel cocktail Di
Bella, non è necessario iniziare lo studio sperimentale partendo dalla prima fase. E'
necessario, invece, verificare su quali tipi di neoplasia esso risulti efficace. In
particolare, relativamente al Protocollo n. l, di cui è coordinatore il prof. Franco
Mandelli, direttore della Divisione di Ematologia dell'Università "La Sapienza"
ed al quale partecipano l'Istituto di Ematologia "Seràgnoli" diretto dal prof.
Sante Tura e la "Divisione Universitaria e Divisione Ospedaliera di Ematologia"
di Torino dirette dal prof. Alessandro Pileri, ha lo scopo di verificare l'efficacia
(percentuale di risposte misurabili e sopravvivenza globale) del trattamento MDB in
pazienti affetti da malattie linfoproliferative: linfomi non-Hodgkin ad istologia
aggressiva e leucemia linfoide cronica.

GIRO IN BARCA A VELA PER
L'AIL
Mare e solidarietà si sono sposati in
un binomio unico. Il decimo Giro d'Italia in barca a vela ha visto infatti le vele
dell'imbarcazione Cervia-Ail issare per tutta la durata della competizione i vessili dell'
Associazione di volontariato che lottoa contro le leucemie. Un gemellaggioche si è
protratto lungo l'intero tour della Penisola, durante il quale al timone della barca
sinonimo di speranza si sono alternati alcuni tra i più bravi skipper attualmente in
circolazione come Bianchetti, Ricci, Piani, Luciani e Lugaresi.
L'idea, accolta e amplificata da Cino Ricci, già eroe di Azzurra, dal presidente dell'Ail
nazionale Ennio Parrelli e dal suo vice Franco Mandelli, si è così dimostrata
azzeccata.Il messaggio dell' Associazione contro le leucemie ha avuto una diffusione
capillare e soprattutto ha raggiunto porti e cittadine affollate di turisti e gente del
mare; a tutti loro è arrivato in modo spontaneo e vincente: Ad ogni tappa, poi, hanno
provveduto i volontari a spiegare i contenuti della loro opera allestendo un banchetto che
ha fatto quasi sempre da sponda ideale a quello successivo in un altro porto, fino alla
tappa finale del 15 agosto a Cervia, dove la carovana in barca a vela ha vissuto il suo
epilogo.
Per la circostanza L'Ail è stata rappresentata dal presidente della sezione bolognese
dottor Achille Contedini, anche nelle vesti di consigliere nazionale. Uno spettacolo
insomma che ha visto le vele dell' Associazione italiana contro le leucemie gonfiarsi
dall'isola d'Elba, luogo della partenza data il 13 luglio, per poi snodarsi lungo le
migliaia di chilometri di costa toccando Fiumicino, Casamicciola, Messina, Catania, Reggio
Calabria, Crotone, Taranto, Civitanova, Trieste e, ultima, Cervia.
Una esperienza da ripetere.


L'ANGOLO SCIENTIFICO
I GENI CHE PRESERVANO DALLE
ONCOEMOPATIE
Da anni si parla molto dei geni che inducono cancro e
leucemie (oncogeni), ma solo in tempi recenti hanno guadagnato la ribalta i geni che li
prevengono. Nella patogenesi del cancro, e le leucemie non fanno eccezione, il momento
della diagnosi clinica è l'ultima di una serie di tappe destinate a conferire alle
cellule cancerose la capacità di soverchiare la controparte normale, capacità del tutto
peculiare, frutto della perdita del controllo della proliferazione (il cancro è in genere
una massa di cellule che cresce e si espande a spese del tessuto normale in cui si
sviluppa), della perdita della capacità di differenziamento (il cancro è una massa di
cellule che non sono capaci di svolgere le funzioni dell'organo in cui si sviluppano),
dell'acquisizione della capacità di perforare le pareti dei vasi e di andare a
localizzarsi in altri organi (nella progressione del cancro si assiste di frequente alla
comparsa di metastasi) e dell'acquisizione della resistenza ai farmaci (i protocolli di
chemioterapia sono sovente più tossici sulle cellule normali che non sul cancro). Nel
loro insieme, tutte queste tappe scandiscono nelle cellule un processo evolutivo che porta
alla comparsa, alla selezione e alla espansione di errori nel loro patrimonio genetico. I
geni oncosopressori sono tanti: essi lavorano all'unisono e in collaborazione l'un con
l'altro, ognuno per la sua specifica competenza, provvedendo all'arduo compito di arginare
le deleterie conseguenze dei tanti agenti potenzialmente dannosi per l'integrità del
nostro patrimonio genetico (la componente ultravioletta delle radiazioni solari, le onde
elettromagnetiche presenti nell'atmosfera, le sostanze chimiche accumulate nell'ambiente),
favorendo la riparazione delle sequenze di DNA che hanno subito un danno prima che esse
vengano replicate e impedendone la reduplicazione, il passaggio cioè dalla cellula madre
alle due cellule figlie, quando esse sono state già replicate. Le fila di tutto questo
complesso lavoro le tira il gene oncosopressore per eccellenza: p53. Per questo motivo,
p53 ha meritato le suggestive definizioni di "angelo custode" e di
"guardiano del genoma" delle cellule. La crucialità del suo ruolo è dimostrata
dal fatto che tutte le cellule, dalle più semplici (i lieviti) alle più complesse (
eucarioti) lo esprimono, che in più del 50% dei tumori esso è mutato e incapace a
svolgere le sue normali funzioni e che i virus che inducono il cancro lo inattivano.
Nessuna sorpresa dunque che l'interesse dei ricercatori verso p53 sia andato
esponenzialmente crescendo negli ultimi anni e che il numero di articoli scientifici sia
lievitato in modo paragonabile solo all'AIDS. La messe di lavoro sull'argomento ha
identificato in gran parte i meccanismi attraverso cui p53 lavora: esso arresta la
proliferazione delle cellule, ponendole in uno stato di quiescienza che favorisce la
riparazione del DNA Se l'insulto subìto è troppo grande e il danno al DNA troppo esteso
per essere riparato, p53 attiva i sistemi di autodistruzione della cellula, forzandola a
commettere suicidio (morte per apoptosi). Molto resta ancora da chiarire sul ruolo di p53
nei diversi tumori e leucemie, e ancora agli albori è la ricerca sulle possibilità di
modulare l'attività di p53, al fine di ridurre l'aggressività dei tumori ed aumentarne
la responsività ai farmaci. L'Istituto Seràgnoli,
grazie anche al contributo economico dell'A.I.L., ha contribuito con osservazioni
originali alle conoscenze sull'argomento, specificatamente riguardo alla Leucemia Mieloide
Cronica, ed ha tuttora in corso progetti da cui sono attesi risultati di interesse
clinico.
Dott.ssa Maria Alessandra
Santucci

PERCHE' ALCUNE LEUCEMIE ACUTE NON
GUARISCONO?
Nell'immaginario collettivo la parola
"leucemia" evocava ed evoca ancora spesso qualcosa di terribile e, soprattutto,
di non curabile nè tantomeno guaribile.
Questo era sostanzialmente vero un quarto di secolo fa; gli sviluppi avvenuti negli ultimi
25 anni hanno permesso di disegnare un quadro molto variegato, ma ben diverso. Prima di
tutto, c'è infatti da dire che c'è leucemia e leucemia; come per la generica parola
"tumore" in uno stesso fascio,dicendo "leucemia", si prendono erbe ben
diverse, che di comune, oltre al generico nome, hanno senz'altro una cosa (ma non molto
altro ): essere figlie di una cellula che, sfuggita ai controlli dell'organismo, è
cresciuta e si è riprodotta in modo non controllato e senza la minima voglia di essere
utile alle esigenze dell'organismo (che, nel caso delle cellule del sangue, e in
particolare dei globuli bianchi, vuol dire soprattutto difenderci bene dalle infezioni).
C'è leucemia e leucemia, quindi: si passa da forme "croniche", cioè a sviluppo
più torpido, a forme "acute", che si presentano più spesso facendo "stare
male" la persona e portandola a richiedere delle cure in tempi brevi. Cerchiamo qui
di fare il punto sulle forme acute. Intanto con i pro-gressi delle cure, acuto non vuole
dire "peggio",ma indica solo la maggiore urgenza del quadro di presentazione. E
poi, anche qui bisogna ben distinguere tra leucemie acute mieloidi o linfoidi, del
bambino, dell'adulto o dell'anziano.Perchè citare l'età? Perché le cure hanno degli
effetti ben diversi a seconda dell'età
Vediamo le leucemie acute linfoidi: la percentuale di gaurigione nel bambino è elevata,
ma già dal giovane adulto le cose cambiano in maniera molto netta, peggiorando poi
ulteriormente nell'anziano. Sembra di essere di fronte a due malattie diverse. Passiamo
poi alle leucemie acute mieloidi: qui l'intensificazione della chemioterapia con metodiche
di autotrapianto o di trapianto allogenico ha migliorato di molto la prognosi nell'adulto,
ma non è stato ancora così nel bambino; la difficoltà di potere applicare gli stessi
tipi di cura nell'anziano si è unita, anche in questa malattia, a una minore sensibilità
alle cure, con conseguente peggiore esito nella persona di età più avanzata.
Fra le leucemie mieloidi acute sono emerse e stanno emergendo forme
"particolari", caratterizzate da specifiche alterazioni dei cromosomi, che
guariscono in larghissima maggioranza con le combinazioni adeguate di terapia; fra tutte,
la leucemia acuta promielo-citica, una volta sinistramente chiamata "leucemia
fulminante".L'affresco che si è dipinto ha, quindi, attualmente, delle magnifiche
zone di luce, ma anche, purtroppo, delle aree d'ombra. Infatti, ricapitolando, una parte
delle leucemie acute, mieloidi e linfoidi, è resistente già al primo ciclo di cura;
un'altra parte va incontro alla scomparsa della malattia, che però dopo un periodo di
tempo variabile, si ripresenta. Perché questo succede? Questo interrogativo costituisce
uno dei più formidabili quesiti attuali e un particolare stimolo alle ricerche in questo
campo. Solo qualcosa ci è noto attualmente e questo qualcosa sottolinea la notevole
complessità dei meccanismi preposti all'omeostasi del nostro organismo.
Alcune linee di ricerca possono però essere utili per capire meglio in che direzione ci
si stà muovendo per risolvere la resisitenza alle cure. In primo luogo, le alterazioni
genetiche: si è visto che, come esistono alcune alterazioni "buone", che si
associano più frequentemente della media alla guarigione, esistono alnche alterazioni
"cattive" che sono legate ad una prognosi peggiore.
Se questo sia poi legato a una minore sensibilità ai farmaci in queste forme, o una
aumentata produzione di sostanze favorenti la crescita o ricrescita della popolazione
leucemica, è argomento di ricerca attuale.In secondo luogo, si è visto che le cellule
leucemiche resistenti sono dotate di "macchinari" per espellere il più
rapidamente possibile i farmaci dal loro interno, cosa che le cellule "buone"
non hanno. Di qui, la produzione e la ricerca di sostanze chiamate "revertanti"
della resistenza, in grado, se omministrati insieme ai farmaci antileucemici, di
aumentarne la quantità che rimane all'interno della cellula leucemica,con conseguenti
maggiori danni.
A proposito di questi primi due punti, si sta notando che sia la frequenza di alterazioni
genetiche, che la presenza di macchinari per la resistenza cresce come frequenza con il
crescere dell'età. In terzo luogo, c'è poi da sottolineare l'alterazione del bilancio
immunitario.Si usa dire che noi eliminiamo tutti i giorni cellule che si sono alterate e
che, se lasciate libere, potrebbero dare origine a tumori.
Una sorveglianza immunitaria alterata è chiamata in causa soprattutto quando si ha una
ripresa di malattia dopo che questa sembrava eliminata; ecco, di conseguenza, i tentativi
di mantenere una sorveglianza adeguata mediante lo stimolo dato da prodotti ad azione
immunostimolante e la eccitante frontiera dei "vaccini" su base molecolare, per
stimolare una risposta superselezionata a popolazioni leucemiche residue, sommerse ma
ancora pericolose. Questo breve panorama indica soprattutto una cosa: che si sono vinte
alcune importanti battaglie, ma che altre grosse sfide sono in corso e necessitano di una
solida attività di ricerca.
Dott. Giuseppe Visani

UNA SORPRESA PER LA VITA
EDIZIONE 1998 - 27-29 MARZO
La distribuzione delle uova,
quest'anno, è stata davvero eccezionale. Abbiamo, per la prima volta, superato quota
6000, in molti luoghi, abbiamo dovuto terminare la distribuzione un giorno prima.
Ringraziamo, perciò, tutti coloro che hanno aderito all'iniziativa e tutti coloro che
hanno prestato la loro opera come volontari. In particolare, ringraziamo i Club Rotaract
Bologna Carducci e Bologna Nord per aver effettuato la distribuzione presso Galleria
Cavour oltre alla Roun Table n. 28 che ci ha consentito di essere presenti a Ferrara
ottenendo eccezionali risultati.La collaborazione con la Round Table di Bologna e Ferrara,
nata nel dicembre 1997 grazie ad un service a carattere nazionale, proseguirà per
lìintero anno 1998.
Ricordiamo la distribuzione delle "penne ecologiche" presso Galleria Cavour
effettuata nel mese di dicembre scorso dalla Tavola di Bologna e la distribuzione delle
stelle di Natale effettuata a Ferrara dalla Round Table Locale.


UN GRAZIE PARTICOLARE...
Alla Direzione della BNL di Bologna
per il consueto spazio concessoci presso il proprio magazzino per La realizzazione delle
iniziative A.I.L.; alla Virtus-Kinder per averci permesso la distribuzione di
videocassette natalizie il cui ricavato (Lire 31 milioni) sarà destinato al potenziamento
del servizio di assistenza domiciliare e di aver devoluto l'incasso della partita
amichevole d'esordio contro la Zucchetti Reggio Emilia (nella foto il nostro tavolo
all'interno del Palamalaguti) ed, ancora, al Dott. Dario Lucchetti a cui verrà dedicata
l'aula dei medici specializzandi a ricordo della grande generosità dimostrata a favore
dell'Associazione. Non possiamo dimenticare, poi, il gesto del Sig. Lorenzo Nannetti e
della Signora Maria Paola Lorenzoni che hanno raccolto fondi a favore dell'Associazione in
occasione del loro matrimonio. Ed ancora un enorme grazie a coloro che hanno organizzato
iniziative a nostro favore: la G.S. Pallacanestro di Castel S. Pietro, la Polisportiva
Ponte Ronca e la CIM di Bologna.



Alcuni volontari sotto uno dei gazebo allestiti ai Giardini Margherita il 27 giugno scorso
distribuiscono aquiloni per ricordare la Settimana Europea contro le Leucemie e i Linfomi.
In quell'occasione gli artisti di strada hanno intrattenuto i passanti con spettacoli di
vario genere.

L'ANGOLO DELLA POSTA
Ci sono momenti, piccoli fatti,
sensazioni che non sono solamente moti, dell'anima ma le nostre memorie più intime.
Come dimenticare il primo appuntamento, il primo libro d'amore letto e nascosto agli occhi
della mamma, il primo rossetto, il primo stipendio rigirato fra le mani, con un piccolo
gesto di orgoglio, il primo capello bianco?
E le canzoni? Una punteggiatura alle nostre emozioni. A chiunque, riascoltando una vecchia
canzone, salgono i ricordi di un amore, dell'ultimo giorno di scuola, di un viso di un
amico che credavamo dimenticato ma che la musica ci fa ritrovare. Personalmente anche la
frutta mi fa ritornare giovane. Non ridete ma un bel cartoccio di ciliegie mi fa ritornare
giovane e mi ricorda meravigliose primavere di allegria e speranza. A questo punto -lo so-
vi chiederete cosa c'entrano i rossetti, le canzoni e le ciliegie con il volontariato.
C'entrano, c'entrano.
Il volontariato nasce da un piccolo pensiero (perchè no?, anch'io) che diviene moto
dell'anima, dono, impegno, bisogno.
Penso che per molti di noi, finita la militanza politica con la caduta delle stratificate
ideologie, è subentrata la necessità dell'altruismo sociale. Ma soprattutto per tanti
l'esperienza della malattia sulla propria persona ha fatto in modo che si consolidassero
le singole adesioni alle iniziative di volontariato. Cosi è nata l'organizzazione di
Bologna A.I.L.
Conservo ancora una cartolina di richiesta di adesione che presi alla Farmacia Alberani,
scrissi il mio nome su un'altra e non ci pensai più. Un giorno mi telefonò una voce: si
chiamava Beloyanna, era la segretaria della nascente associazione. Siamo diventate amiche.
Adesso c'è Silvia giovane (beata lei!) e molto efficiente e anche con lei è nata
l'amicizia. Molti amici fatti e anche ritrovati. Molte stelle natalizie distribuite e
molte uova pasquali fatte mangiare. Ma un pensiero spesso mi accompagna in questo
percorso: Roberto. Roberto era in corsia, l'ho conosciuto facendogli compagnia in ospedale
e a casa sua. Era buono, solo e sfortunato, ora non c'è più. A te Roberto dedico il mio
volontariato.
Anna Maria Barbi
Vorrei chiedere al Prof. Tura se
ritiene che la creazione di una banca dati nazionale dove siano raccolti i dati delle
sperimentazioni di nuovi fannaci e di nuovi protocolli, realizzati da tutti i centri
italiani, sia indispensabile per la ricerca e la cura. Mi rendo conto che ciò può ledere
interessi di parte in quanto equivarrebbe a rendere pubblici i propri multati senza alcuna
pubblicità o ritorni in termini di immagine ed economici. Mi auguro, comunque, che nella
nuova ala dell'Istituto di Ematologia che si sta costruendo trovi spazio anche questa
idea. Tra l'altro questa potrebbe essere una concreta iniziativa locale o nazionale a cui
dedicare una , campagna di raccolta fondi.
Renato Cavallari
In realtà esiste già un canale di
pubblicizzazione dei nuovi protocolli di ricerca e ciò è rappresentato da INTERNET. In
particolare, l'Istituto "Seràgnoli" possiede, così come un po' tutti i centri
di ricerca, un proprio sito Internet il cui indirizzo è:
www.ematbo.unibo.it
Presso tali indirizzi sono riportati
l'attività degli Istituti, i protocolli di ricerca portati avanti oltre ai risultati
raggiunti.
